SCUSA SE TI RISPONDO SOLO ORA

L’eccesso di comunicazione è causa di comunicazione inefficace.

Un interessante articolo di Julie Beck (The Atlantis – tratto da Internazionale). Impariamo a comunicare. Impariamo a comunicare DAVVERO. Buona lettura.

La caratteristica distintiva di una conversazione è l’attesa di una risposta. Se non ci fosse sarebbe un monologo. Quando parliamo di persona, o al telefono, le risposte arrivano quasi subito: quando smettiamo di parlare, l’altra persona risponde in media dopo appena duecento millisecondi.

Negli ultimi decenni la comunicazione scritta ha recuperato terreno fino ad avvicinarsi molto alla velocità di una conversazione (almeno fino a quando non installeranno dei microchip pensiero-testo nei nostri cervelli).

Per scrivere un messaggio ci vogliono più di duecento millisecondi. Ma li chiamiamo “istantanei” per un motivo: ogni messaggio, infatti, potrebbe avere una risposta più o meno immediata.

Sappiamo anche, però, che non è obbligatorio rispondere immediatamente a ogni messaggio.

Questi strumenti di comunicazione sono concepiti per essere istantanei, ma possono essere facilmente ignorati. Come, del resto, facciamo. I messaggi non ricevono risposta per ore o giorni. Le email si accumulano nella casella di posta così a lungo che la frase “Scusa se ti rispondo in ritardo” è passata dall’essere un messaggio sincero a una frase fatta.

Non c’è bisogno di tecnologie avanzate per ignorarsi a vicenda: basta un minimo sforzo per evitare di rispondere a una lettera, a un messaggio vocale o al campanello quando citofona qualcuno. Come spiega Naomi Baron, una linguista dell’American University che studia il linguaggio e la tecnologia, “in passato abbiamo offeso le persone in mille modi diversi”. La differenza è che ora “i mezzi di comunicazione, che teoricamente sono asincroni, funzionano sempre di più come se fossero sincronici”.

Per questo abbiamo la sensazione che tutti possano rispondere immediatamente, se ne hanno voglia, e ci prende l’ansia se non lo fanno. Ma il paradosso dei nostri tempi è che quest’ansia è il prezzo da pagare per la comodità. Le persone sono felici di accettare questo scambio per avere la possibilità di rispondere solo quando hanno voglia.

Quando sei davanti a una persona osservi l’ombra delle tue parole sul suo volto

Nonostante sappiamo che tutti hanno delle buone ragioni per non rispondere a un messaggio o a un’email (sono occupati, non hanno ancora visto il messaggio, stanno riflettendo sulla risposta), non sempre è facile tenerne conto in una società in cui tutti sembrano incollati al telefono. Secondo un sondaggio del centro di ricerca Pew, il novanta per cento di chi ha un telefono lo porta spesso con sé, mentre il 76 per cento lo spegne raramente o mai. I giovani coinvolti in uno studio del 2015 hanno controllato il telefono una media di 85 volte al giorno. Se a questo si aggiunge che è sempre più accettabile usare il telefono mentre siamo con altre persone, non ci vorrà molto prima che le persone vedano ogni messaggio ricevuto.

“Così si crea un mondo in cui le persone pensano di ricevere subito una risposta ai loro messaggi, ma poi non succede. E questo non fa che aumentare l’ansia”, spiega Sherry Turkle del Massachusetts institute of technology.

La cosa è ansiogena perché la comunicazione scritta oggi è concepita per scimmiottare le conversazioni.

Permette un veloce dialogo botta e risposta, ma senza il contesto fornito dal linguaggio del corpo, le espressioni del viso e il tono. È più difficile, per esempio, capire se qualcuno ha trovato antipatiche alcune parole, oppure provare a spiegarsi meglio. Quando sei davanti a una persona, invece, “osservi l’ombra delle tue parole sul suo volto”, dice Turkle.

Nel racconto Cat person, pubblicato con successo a dicembre 2017 sul New Yorker, una giovane donna ha una relazione romantica fallimentare con un uomo incontrato nel cinema in cui lavora. Nel racconto i due si vedono solo una volta, ma imparano a conoscersi attraverso messaggi di testo. Quando la relazione si conclude in modo caotico, emerge non solo che la realtà può distruggere le aspettative sentimentali, ma anche quanto la comunicazione digitale sia incapace di farci conoscere davvero l’altra persona.

Non sempre è facile capire cosa vuol dire una persona con un’emoji

In un’intervista, Kristen Roupenian, l’autrice del racconto, ha detto di essersi ispirata “alle fragili prove che usiamo per giudicare le persone che incontriamo al di fuori della nostra cerchia di amici, che siano in rete o meno”. Infatti, anche con le persone che già conosciamo spesso ci affidiamo a forme di comunicazione senza contesto. Questo mette un’aspettativa enorme sulla parole (e le emoji) che usiamo. E ogni messaggio, così come le pause tra i messaggi, assume un’importanza enorme.

“I messaggi di testo diventano segni sulla pietra da analizzare e sui cui scervellarsi”, sostiene Turkle. Non sempre è facile capire cosa vuol dire una persona con un’emoji o con una pausa di tre giorni tra un messaggio e l’altro. Ognuno di noi ha un’opinione diversa su quanto sia giusto aspettare prima di rispondere. Come faceva notare sull’Atlantic Deborah Tannen, linguista dell’università Georgetown, i segnali che mandiamo con il modo in cui comunichiamo online possono essere fraintesi con facilità:

Gli esseri umani sono sempre impegnati a creare significato e a interpretare significato.

Quando spediamo un messaggio possiamo scegliere tra varie opzioni (quale strumento usare e come usarlo, per esempio) e ognuna di questa assume un significato diverso. Ma visto che le tecnologie e il modo in cui funzionano cambiano in continuazione, anche i nostri amici più intimi e i parenti li usano in modi diversi. I metamessaggi sono sottintesi e possono essere fraintesi o non colti affatto”.

Quest’opacità dei metamessaggi genera ogni anno migliaia di altri messaggi di testo, perché le persone chiedono ai loro amici d’interpretare esattamente quello che la persona a cui sono sentimentalmente interessate voleva dire con una certa sfumatura, o se il silenzio di una settimana significa che sono state vittime di ghosting, ovvero che sono state lasciate da un partner che semplicemente smette di rispondere e sparisce (il New Yorker ha fatto una parodia di questa analisi testuale collaborativa in un video in cui un gruppo di donne si ritrovano, come in un consiglio di guerra, per rispondere alla domanda “era una relazione”?).

Strumenti concepiti per aumentare la chiarezza – come la conferma di lettura o la piccola bolla coi tre puntini di iMessage che ti avvisa quando qualcuno sta scrivendo – spesso non fanno altro che aumentare l’ansia, perché mostrano in modo incontestabile quando qualcuno ti sta ignorando, oppure quando ha cominciato a rispondere ma poi ha deciso di concludere più tardi.

Il fatto che le persone sappiano quanto sia stressante aspettare una risposta a un messaggio istantaneo non significa che, a loro volta, non ignoreranno quelli che hanno ricevuto da altri. A volte le persone non rispondono per far capire apertamente che sono infastidite, o che non vogliono continuare una relazione. Secondo Turkle, aspettare molto tempo prima di rispondere è un modo per stabilire un ruolo dominante nella relazione, per trasmettere il messaggio di essere troppo occupato o importante per rispondere.

Spesso, invece, le persone stanno solo cercando di gestire la quantità di messaggi e notifiche che ricevono. Nel 2015 lo statunitense medio riceveva 88 email di lavoro al giorno, secondo la società di ricerche di mercato Radicati, ma ne spediva solo 34. Il motivo? Chi ha tempo per rispondere a 88 email al giorno? Forse una persona non risponde perché ha capito che l’interruzione che impone una notifica influisce negativamente sulla sua produttività, e quindi ignora il telefono per poter lavorare un po’.

Mi sorprendo a ignorare o a ritardare messaggi anche importanti, e altri ai quali desidero e voglio rispondere. Ho dovuto creare un’etichetta rossa per le email “Devi rispondere” per combattere il mio personale problema di “risposta tardiva”. Mi capita regolarmente di leggere messaggi di testo, pensare “a questo risponderò dopo” e poi dimenticarmene completamente. La memoria di lavoro, la lista mentale di cose da far fare al cervello, non può contenere troppe cose, e quando alle notifiche si aggiungono le liste della spesa e di cose da fare al lavoro, comincia a perdere colpi.

“Un sacco di volte succede che le persone portino avanti cinque conversazioni contemporaneamente, ma non si può pensare che siano intime e presenti allo stesso modo in tutte e cinque i casi”, dice Turkle. “E quindi smistano, stabiliscono delle priorità, dimenticano delle cose. Il nostro cervello non è uno strumento perfetto per gestire i messaggi”.

Ci sentiamo a nostro agio chiedendo alle persone solo alcune briciole del loro tempo

Eppure, nonostante i messaggi istantanei possano essere ansiogeni, le persone li preferiscono. Gli statunitensi passano più tempo a mandare messaggi che a parlare al telefono, e i messaggi di testo sono la forma di comunicazione più frequente per gli statunitensi che hanno meno di cinquant’anni.

Nonostante l’invio di messaggi di testo sia diffuso in tutto il mondo, Baron, dell’American University, ritiene che la preferenza per una comunicazione facile da ignorare è un tratto tipico degli statunitensi. “Gli americani, nelle loro comunicazioni, sono in generale molto più maleducati di altri”, spiega. “La seconda questione riguarda un profondo senso di autoaffermazione. Penso che siamo diventati una sorta di maniaci del potere, non solo del controllo”.

In una ricerca eseguita da Baron tra il 2007 e il 2008 sugli studenti di molti paesi –compresi gli Stati Uniti – le cose che gli intervistati dicevano di amare di più rispetto ai loro telefoni erano spesso legate al controllo. Una statunitense ha dichiarato che la cosa che preferiva era la possibilità di “comunicare quando lo desidero”. (e il fatto di poter smettere quando non la desidero più)”.

“Quello che ho osservato in questo paese, e non so se è una caratteristica nazionale, è che le persone aspettano di rispondere finché non credono di avere la risposta perfetta”, spiega Turkle. “E credo che per questo paghiamo un prezzo molto alto”.

Nella ricerca di Baron, le persone dicevano anche di sentirsi controllate dai loro telefoni, lamentandosi di quanto fossero dipendenti; e di come la connettività costante li facesse sentire obbligati a rispondere.

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